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Thomas Moore

  • Immagine del redattore: ilsetaccio1
    ilsetaccio1
  • 29 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 1 gen


Thomas More, conosciuto in Italia come Tommaso Moro, è stata senza dubbio una delle figure più affascinanti, nobili e complesse del Rinascimento europeo. Studiandolo mi sono potuta accorgere che egli non fu soltanto un teorico, ma un uomo che visse in prima persona le tensioni del suo tempo. Fu un avvocato di successo, un umanista raffinato e un politico che raggiunse i vertici del potere come Lord Cancelliere d'Inghilterra sotto il regno di Enrico VIII. Tuttavia, la sua coerenza morale lo portò a uno scontro frontale con il sovrano, preferendo la morte sul patibolo piuttosto che tradire i propri principi religiosi e civili. La sua eredità più grande risiede nel capolavoro intitolato Utopia, pubblicato nel

1516.L'opera fu scritta in latino, la lingua che allora permetteva agli intellettuali di tutta Europa di comunicare tra loro. Fu pubblicata a Lovanio grazie all'aiuto del suo grande amico Erasmo da Rotterdam. Già dal titolo, Moro rivela un duplice significato attraverso un gioco di parole basato sul greco antico. Il termine può derivare da Outhopos, che significa "non luogo" o "posto che non esiste", ma richiama anche Euthopos, ovvero "luogo felice" o "posto del bene".

Questa ambiguità è fondamentale: Moro ci suggerisce che la società perfetta che sta per descrivere è un modello bellissimo a cui aspirare, ma allo stesso tempo è consapevole che non si trova in nessuna carta geografica del mondo reale. Il libro è diviso in due parti che dialogano tra loro. La narrazione è affidata a un personaggio immaginario, Raffaele Itlodeo. Il suo cognome significa “esperto di ciance". Quest’ultimo racconta di aver navigato insieme ad Amerigo Vespucci e di essersi imbattuto in un'isola straordinaria: Utopia. Prima di descrivere questa civiltà nuovissima, però, Moro usa il primo libro per analizzare i mali dell'Inghilterra del XVI secolo. In quel periodo vi era il sistema delle enclosures (le recinzioni) che

stava distruggendo la vita dei contadini: i nobili trasformavano i campi coltivati in pascoli per le pecore, perché la lana rendeva più del grano. Questo creava un "pauperismo" diffuso: i contadini, rimasti senza terra, diventavano mendicanti o erano costretti a rubare per sopravvivere. Moro criticò aspramente il fatto che lo Stato avesse risposto a questa disperazione con la pena di morte.

Egli sosteneva che fosse inutile e crudele punire un ladro con la forca se prima non gli veniva data la possibilità di lavorare onestamente. Infine, condannava la nobiltà parassitaria, che viveva nel lusso e nell'ozio sfruttando il sudore e la mano d’opera altrui. Nel secondo libro, l'isola di Utopia

viene presentata come il rovescio positivo di tutte le ingiustizie europee. Secondo Moro, la radice di ogni male sociale è la proprietà privata. Se esiste il concetto di "mio" e "tuo", esisteranno sempre l'egoismo e la disuguaglianza. In Utopia, quindi, tutto è comune. Non esiste il denaro e le

case non sono di proprietà: ogni dieci anni i cittadini cambiano abitazione tramite un sorteggio per evitare che qualcuno si affezioni troppo a un bene materiale e si riesca a convivere in modo più unito da vera comunità inglese.Per questo l’uso dei metalli preziosi in Utopia è quasi ironico: l'oro e l'argento, che in Europa scatenano guerre e omicidi, nell'isola sono considerati metalli ignobili.

Vengono usati per forgiare le catene dei prigionieri o per costruire vasi da notte. In questo modo, fin da bambini, i cittadini imparano a disprezzare il lusso superfluo, concentrandosi su ciò che ha valore reale. In Utopia non ci sono oziosi: tutti devono lavorare. Tuttavia, poiché non esistono

classi parassitarie (nobili, soldati mercenari, servitori inutili), il carico di lavoro è distribuito

equamente. Ogni cittadino lavora solo 6 ore al giorno. Questo permette a tutti di avere molto

tempo libero, che però non viene sprecato nella pigrizia. Gli abitanti di Utopia dedicano le ore restanti alla "coltivazione dell'animo": studiano le scienze, praticano la musica, leggono e frequentano le lezioni pubbliche. La felicità, per Moro, non consiste nell'accumulare oggetti, ma

nello sviluppo intellettuale e spirituale della persona. Un altro tema esposto di grande importanza è la tolleranza religiosa. Mentre nell'Europa di allora si bruciavano gli eretici, in Utopia vige il rispetto per le idee altrui. Gli abitanti possono seguire diversi culti: alcuni adorano il sole, altri la luna o gli antenati. Tuttavia, la maggior parte crede in un Dio unico e perfetto e nell'immortalità dell'anima. L'unico limite imposto è l'ateismo. Chi non crede in una giustizia divina o in una vita

dopo la morte non viene torturato o ucciso, ma viene considerato moralmente inaffidabile e non può ricoprire cariche pubbliche, poiché si teme che, non temendo alcuna punizione ultraterrena, possa agire solo per il proprio interesse egoistico. Moro chiude l'opera con una sua riflessione personale e filosofica giudicando la società inglese; ammettendo che molte delle leggi di Utopia sarebbero desiderabili nelle nostre città, ma riconosce con un pizzico di malinconia che è molto

difficile vederle realizzate. Utopia non è un programma politico per lo scoppio di conflitti ma vuole portare a riflettere tutto il popolo del suo tempo. Moro dimostra che la povertà, la guerra e l'ingiustizia non sono fenomeni naturali inevitabili come la pioggia, ma dipendono dalle scelte degli uomini. Attraverso la ragione, l'umanità potrebbe costruire un mondo diverso, a patto di rinunciare all'orgoglio e all'avidità.



Eufemia




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