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La speranza della pace passa anche da Alcamo

Immagine del redattore: ilsetaccio1
ilsetaccio1
27 apr
Tempo di lettura: 4 min

La mostra ”Profezie per la pace” è arrivata qualche giorno fa anche ad Alcamo. Per l’occasione, l’organizzatrice dell’evento, prof.ssa Antonella Ciacio, mi ha chiesto di dare un contributo, raccontando quale esperienza e quale giudizio fossero emersi in me nel fare questa mostra. Di seguito riporto l’intervento di quella sera.


La mostra è stata una vera e propria guida per il nostro quotidiano. Vedere queste “oasi di pace” ( le testimonianze raccolte all’interno della mostra) mi ha fatto riflettere molto: mi ha aperto gli occhi, permettendomi di vedere le cose da un altro punto di vista. Per voi vorrei sottolineare alcuni punti emergenti nella mostra.


  1. In molte delle testimonianze, come quelle del Ruanda, di Israele e della Palestina, emerge il tema del perdono. Come sappiamo, in questo momento si sta combattendo la guerra tra Israele e Palestina, eppure proprio in questa zona di conflitto ci sono famiglie israeliane e palestinesi che hanno fondato l’associazione The Parents Circle Families Forum, per aiutare le famiglie che stanno subendo lutti sia nelle famiglie arabe che quelle ebraiche, a causa della guerra.


    Il che pone una grande domanda: come fanno, dentro situazioni di guerra o di lutti familiari, a perdonare, mentre noi, nel nostro piccolo, spesso non ci riusciamo?

    Per rispondere a questa domanda vorrei citare mons. Tonino Bello, un vescovo morto negli anni ’90. Egli diceva che la guerra trova la sua radice nella “dissolvenza dei volti”: essa, infatti inizia nel momento in cui tu non vedi più il volto dell’altro, non lo riconosci più. Così succede anche nel nostro piccolo: quando qualcuno ci fa un torto, non lo guardiamo più in faccia, non pensiamo alle conseguenze, e il nostro unico pensiero diventa quello di vendicarci, perché l’altro è diventato un nemico.


  1. Don Rito è un sacerdote colombiano che opera presso la parrocchia di Ventimiglia-Sanremo. È stato con noi a Patti per la presentazione della mostra e ha raccontato l’attuale situazione in Colombia e tutti i drammi che sono legati al narcotraffico ( la Colombia, infatti, è il maggior produttore di coca al mondo).


    Nel 2002 Don Rito riesce a trasferirsi in Italia grazie a una borsa di studio, che gli ha permesso di formarsi in un seminario in Liguria. Nel 2007 costituisce la fondazione Fundación Oasis de Amor y Paz per aiutare i ragazzi che ha lasciato in Colombia.

    In cosa consiste questa associazione e cosa fa? La fondazione nasce dal desiderio di dare un futuro ai ragazzi di quel paese. In Colombia, infatti, i narcotrafficanti strappano i bambini dalle loro famiglie, per portarli nelle piantagioni di coca e sfruttarli. Il sacerdote, invece, cerca questi ragazzi usati per la produzione della coca, li porta in strutture più adeguate, li educa dando loro un'istruzione e insegnando a leggere e a scrivere. 


    La cosa che più mi ha colpito di lui è la sua gratitudine verso Dio. Egli ci ha detto: “Sono molto grato al Padre eterno per quello che mi ha dato e voglio trasmettere questa gratitudine anche ai ragazzini in Colombia”. Il che mi ha fatto riflettere molto sulla nostra vita quotidiana, in particolare su due aspetti: il primo è che dobbiamo ritenerci graziati, perché da un momento all’altro quello che possediamo potrebbe non esserci più; il secondo è che dobbiamo trasmettere la gratitudine per tutto ciò che abbiamo anche agli altri, in modo da essere “ambasciatori di pace”.


    Don Rito ha deciso di ripartire dai giovani, perché noi giovani siamo il futuro del mondo. Solo amando i giovani e i ragazzi si può iniziare a edificare un mondo migliore, e costruire la pace. Anche egli, infondo, se non fosse stato per la fede in Gesù Cristo e per il perdono imparato in famiglia sarebbe diventato un narcotrafficante o un guerrigliero.


  2. La pace non è l’assenza di guerra. La mostra fa capire che anche dentro i conflitti si può trovare la pace. Come afferma il cardinale Pizzaballa: la zizzania ci sarà sempre e finché anche noi, nel nostro piccolo, vivremo dei conflitti, non potrà esistere una pace duratura;sarebbe un’utopia.Se non riusciamo a perdonare l’altro o a volergli bene, non potrà mai esistere la pace, perché la pace parte dal nostro quotidiano. Che cosa sono le guerre attuali se non conflitti personali che poi coinvolgono intere nazioni?  In mezzo alla zizzania bisogna cogliere il grano, ovvero le cose belle. Come diceva Italo Calvino ne Le città invisibili: “Bisogna cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, farlo durare e dargli spazio”.


  3. Il metodo da utilizzare per cercare la pace ruota intorno alla fiducia. Per vivere la pace nel nostro piccolo, bisogna seguire Chi nella storia si è identificato come uomo di pace. Durante il Triduo Pasquale di Gioventù Studentesca, Don Donato ci ha esortato ad immaginare un bambino con un aquilone in mano: noi siamo quell’aquilone, se vogliamo volare da soli, senza essere legati a nulla, siamo destinati a schiantarci, se, invece, abbiamo la fortuna di essere legati ad un filo (la compagnia cristiana), allora siamo veramente liberi perché legati a Colui che è la vera pace rappresentato dal bambino che fa volare l’aquilone.


In conclusione, questa mostra vuole dirci una cosa molto semplice: nel mondo esistono delle oasi di pace, il cuore dell’uomo non è cattivo, “dentro questo mare di odio è possibile trovare dei volti belli, volti risorti, di rinascita”(Card. P. Pizzaballa); Oppure come diceva Don Giussani “per ricostruire le nostra mura abbattute, occorre che venga qualcuno dal di fuori e che di fronte a questa nostra casa abbattuta rifaccia le mura”.


Giuseppe Scardino



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