Delinquenti o rivoluzionari?
In questi giorni, le violente e devastanti manifestazioni di adolescenti e giovani a Milano hanno scatenato su tutti i canali tv e social commenti e opinioni di politici, psicologi, giornalisti. Li riassumiamo brevemente:
1. Sono da condannare i loro atti vandalici, ma si tratta di ragazzi spinti a manifestare per il
caro vita che ci sta affliggendo e protestare per una scuola migliore. Vanno ascoltati.
2. Si tratta di delinquenti per buona parte immigrati che vanno puniti col fermo e il carcere.
3. Sono spinti a manifestare dall’estero per minare la stabilità dei paesi europei.
4. Sta finalmente rinascendo un movimento studentesco rivoluzionario.
Ognuno può capire da quale pulpito provengono queste opinioni, da sinistra, da destra.
In alcuni commenti colpisce la fiammata ex sessantottina di pensionati che, dopo essere finiti a fare i pompieri, vorrebbero tornare a infiammare il mondo almeno dai loro social, approfittando di ipotetici rigurgiti giovanili.
Noi crediamo che il governo abbia il dovere di provvedere con leggi e decreti ad arginare
tutto ciò che è violenza gratuita e distruttiva delle proprietà altrui, del lavoro dei commercianti,
insomma del bene comune.
Ma questo basta? Crediamo di no.
Anche se si trattasse di soli delinquenti, di giovani che vivono un disagio che non sanno controllare (“io so che dobbiamo dire qualcosa, anche se non so cosa e a chi”, diceva un ragazzo in televisione), le norme e le leggi non bastano.
Pensiamo che si debba intervenire alla radice del male. Perché quello che questi ragazzi hanno fatto ha un solo nome: male. Certo vanno condannati (e tutti lo hanno fatto), se necessario puniti (dato che molti hanno saccheggiato e rubato), ma bisogna andare alla radice del male per curarlo.
E non sarà una cura semplice e veloce, perché questi ragazzi sono orfani.
Orfani di genitori che spesso pensano alla loro carriera e passano il tempo solo a lavorare.
Orfani di una scuola che, nonostante tutti i progetti di questo mondo (che spesso servono
solo ad accrescere lo stipendio degli insegnanti), non riesce più ad avere quella autorevolezza che dovrebbe avere una realtà educativa.
Orfani di un mondo in cui si è persa la consapevolezza del LIMITE come valore. Dato che
tutto è dato come possibile da avere, dato che né in natura, né nell’amore debbano esistere più confini e limiti, se tutto è da usare, dare una scrollata e passare oltre, perché ci stracciamo le vesti se un dodicenne sorpassa il limite di una vetrina e la saccheggia?
E allora che fare?
Primo: i genitori la smettano di dire che è difficile fare i genitori e mostrino che la vita ha
una cosa più importante della propria carriera e riuscita: “fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te e non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te”.
E non abbiano la fregola di regalare subito ai figli quel piccolo oggetto che è in grado di creare un grande divario tra loro.
Secondo: i genitori sentano la scuola dei loro figli non come un’antagonista, collaborino
con gli insegnanti, invece di prendere sempre le difese dei loro figli; e gli insegnati scavino nel
tessuto familiare dei loro studenti e parlino con loro (la maggior parte di loro sono anche genitori o no?), invece di ricorrere solo agli esperti.
Terzo: il governo intervenga con leggi che limitino alcuni Social di cui tutti oggi riconoscono
la pericolosità.
Quarto: (the last but not at least) la Chiesa, le associazioni cattoliche (come gli Scouts,
l’Azione Cattolica), i Movimenti, le Parrocchie, i Centri sportivi e culturali siano luoghi che mettano a tema le grandi domande dell’uomo e offrano la comunione come possibile risposta ad esse.
Solo una vera sinergia di forze tra queste realtà educative riuscirà a ricostruire lentamente
un tessuto sociale ormai lacerato in ogni sua dimensione, in quella scolastica o giovanile,
economica e politica, tra generazioni. Che quanto successo a Milano sia un segnale che scuota la coscienza di tutti, senza radicalizzazioni, nostalgie sessantottine, polarizzazioni sociali e politiche.
la Redazione



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